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	<title>AISO Associazione Italiana di Storia Orale &#187; DIBATTITI</title>
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		<title>Harlan County: America Profonda</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Apr 2011 23:21:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Alessandro Portelli: «Nella Harlan County la lotta di classe passa per la cultura»
intervista di Guido Caldiron
tratto da: http://alessandroportelli.blogspot.com/
Scoprire la lotta di classe attraverso una canzone folk. E’ così che Alessandro Portelli all’inizio degli anni Sessanta fece conoscenza, con un brano di Pete Seeger intitolato “Which Side Are You On?” (Da che parte stai?) e dedicato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><span style="color: #800000;"><a href="http://www.aisoitalia.it/wp-content/uploads/america-profonda.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1930" title="america profonda" src="http://www.aisoitalia.it/wp-content/uploads/america-profonda.jpg" alt="america profonda" width="200" height="280" /></a>Alessandro Portelli: «Nella Harlan County la lotta di classe passa per la cultura»<br />
intervista di Guido Caldiron</span></strong></p>
<p>tratto da: <a href="http://alessandroportelli.blogspot.com/">http://alessandroportelli.blogspot.com/</a></p>
<p>Scoprire la lotta di classe attraverso una canzone folk. E’ così che Alessandro Portelli all’inizio degli anni Sessanta fece conoscenza, con un brano di Pete Seeger intitolato “Which Side Are You On?” (Da che parte stai?) e dedicato agli scioperi dei minatori del 1931-32, della Harlan County, la contea del Kentucky protagonista di alcune delle pagine più dure del conflitto sociale negli Stati Uniti. Pete Seeger, considerato insieme a Woody Guthrie il<br />
capostipite di una tradizione di folk-singer che da Dylan arriva fino a Springsteen, raccontava alla generazione della guerra del Vietnam le battaglie sindacali e le lotte che erano costate il carcere o la vita a migliaia di attivisti politici. Per Portelli, docente di Letteratura angloamericana alla Sapienza di Roma e presidente del Circolo Gianni Bosio, si trattava dell’ incontro con uno di quei capitoli della storia orale cui ha dedicato gli studi di una vita, e una lunga serie di saggi, tra cui “L’ordine è già stato eseguito. Roma, le Fosse Ardeatine, la memoria&#8221; (1999); &#8220;Canoni americani&#8221; (2004); &#8220;Città di parole&#8221; (2006); &#8220;Storie orali&#8221; (2007) e &#8220;Acciai speciali&#8221; (2008), tutti pubblicati da Donzelli. L’Harlan County è diventata così parte della sua vita di ricercatore e di uomo, meta di viaggi, incontri e di un progetto di scambio e studio che ha stabilito un ponte tra l’Università del Kentucky e quella di Roma. Così &#8220;America Profonda. Due secoli raccontati da Harlan County, Kentucky&#8221;, il volume che Portelli ha appena pubblicato sempre per Donzelli (pp. 540, euro 35,00), rappresenta allo stesso tempo il bilancio di questa lunga e continuata indagine e una sorta di omaggio alla memoria ribelle di questa terra e dei suoi abitanti. Costruito attraverso centinaia di interviste, realizzate nel corso di vent’anni, il libro si presenta come una sorta di controstoria degli Stati Uniti, dalla frontiera a oggi, osservata da questa zona della regione mineraria dei monti Appalachi. Portelli ricostruisce cronologicamente le diverse fasi storiche e incrocia la memoria orale raccolta in prima persona e insieme ai ricercatori locali, con la rappresentazione di Harlan County offerta dall’industria culturale americana: dai romanzi di Dos Passos ai film di Robert Mitchum.</p>
<p>Si ha l’impressione che “America profonda” non tracci solo il bilancio di una lunga stagione di studio, ma tiri anche le somme di una storia d’amore.</p>
<p>In effetti è proprio così e non lo nascondo. L’introduzione dell’edizione americana del libro si intitola del resto “A love story”: una storia d’amore. Quando ci si dedica allo studio di un luogo e della gente che vi abita per più<br />
di quarant’anni, tutto ciò entra a far parte della tua stessa identità, della tua vita. Perciò posso dire che io penso alla Harlan County come se fosse il mio paese.</p>
<p>E in che rapporto è questa zona del Kentucky con il resto di quella geografia dell’anima che lei ha esplorato in questi anni, a partire da Terni e le sue acciaierie?<br />
Vale per la Harlan County ciò che vale per Terni. Ho iniziato a occuparmi e a seguire le due realtà più o meno nello stesso periodo, all’inizio degli anni Settanta. In entrambi i casi ad attirare il mio interesse è stata la possibilità di utilizzare un luogo per costruire un punto di vista sul mondo, uno “sguardo” legato a una realtà concreta fatta di uomini e donne. Mi spiego: per me interrogarmi sui processi di globalizzazione significa chiedermi quale<br />
effetto abbiano a Harlan piuttosto che a Terni e osservare cosa è cambiato, concretamente, nella vita delle persone, nei quartieri, nelle strade. L’unica differenza è che Terni è effettivamente la città in cui sono cresciuto, mentre<br />
invece Harlan è una realtà che ho “adottato” ad un certo punto della mia vita.</p>
<p>Per descrivere la gente della Harlan County lei utilizza un termine preso da William Faulkner: “endurance”, vale a dire «la capacità di durare e non piegarsi nell’avversità». Cosa significa nella sua esperienza del Kentucky?<br />
Significa che di fronte a ogni tipo di avversità non solo si cerca di sopravvivere &#8211; e “sopravvivenza” è una delle parole chiave del libro, una di quelle che ritorna di più nelle interviste -, ma si cerca anche di non dimenticare mai chi si è davvero, si fa fronte ai problemi senza scordarsi di se stessi. E’ per questo che nel libro parlo di “lotta di classe attraverso la cultura”. Perché in posti come la Harlan County la lotta comincia con la difesa della propria identità e individualità: la prima sfida con cui hanno dovuto misurarsi da sempre queste persone è stata quella di essere riconosciute come “portatrici di valore”, è stata la loro stessa dignità la prima cosa per cui hanno dovuto combattere. Gli Appalachiani, gli hillbilly come vengono chiamati con spregio gli abitanti di queste zone, sono sempre stati considerati come “spazzatura”, per indicare i bianchi poveri negli Stati Uniti si usa il termine<br />
di “white trash”. Malgrado tutto ciò la gente della Harlan County ha retto per più di un secolo, proprio quest’anno si celebra il centenario dell’arrivo della prima ferrovia nella zona che ha contribuito allo sviluppo delle miniere, e non<br />
ha perso il rispetto per se stessa e per la propria identità. Hanno avuto davvero molto coraggio, anche se non tutti ce l’hanno fatta e oggi sono vittime delle tante droghe diffuse nella zona.</p>
<p>Con l’Harlan County lei ha in qualche modo scoperto anche la lotta di classe negli Stati Uniti, nel senso che in questo luogo si sono prima consumate alcune storiche battaglie sindacali, soprattutto attorno alle miniere, e poi le lotte per la difesa dell’ambiente. Oggi cosa resta di tutto ciò?<br />
Ad Harlan le forme “moderne” della lotta di classe sono arrivate relativamente tardi: la ferrovia è stata inaugurata nel 1911 e il pieno sviluppo dell’ attività mineraria è degli anni Venti. Eppure, pur non essendo più nella fase<br />
di debutto del capitalismo, questa zona ha finito per riassumere in sé tutte le fasi dello sfruttamento e della lotta di classe. Nell’arco di un secolo c’è stata prima una rapidissima industrializzazione e quindi una violentissima<br />
deindustrializzazione. Da queste parti l’età industriale è durata poco, ma in compenso è stata molto intensa. Negli anni Trenta Harlan era diventata una sorta di luogo mitico dell’immaginario militante della sinistra americana, con<br />
scioperi molto duri e una presenza breve ma significativa dei comunisti, un punto di riferimento per scrittori e intellettuali e, soprattutto, il luogo da cui è scaturita buona parte della canzone di protesta degli Stati Uniti, a<br />
cominciare dal repertorio di Pete Seeger. Poi, a partire dagli anni Cinquanta, e dal debutto della politica di collaborazione tra la leadership sindacale e le grandi imprese minerarie, il conflitto sociale è stato relegato a forme di ribellione spontanea. E’ in questo contesto che si è poi prodotta un’ aggressione brutale all’ambiente e alla natura: miniere a cielo aperto, inquinamento e avvelenamento dell’acqua e dell’aria, fino alla distruzione<br />
delle montagne della zona. E di fronte a questo scempio ad Harlan si mette in moto un nuovo tipo di conflitto che ha sempre a che fare con la condizione di classe, ma si esprime attraverso la difesa del territorio e contro le malattie<br />
che minacciano gli abitanti. Ora la gente di Harlan si oppone letteralmente al fatto di vedere la propria stessa vita minacciata ogni giorno di più. E lo fa da sola, senza l’intervento di alcuna forza politica o culturale.</p>
<p>L’idea della lotta di classe come elemento culturale, legato alla storia e alla memoria degli individui, fa da sfondo alle interviste di cui si compone il libro. Negli anni Sessanta tutto ciò ha influenzato lo sviluppo del folk revival e della canzone di protesta: oggi ce n’è ancora traccia?<br />
Paradossalmente quel grande patrimonio musicale che il folk revival e la cultura della sinistra americana degli anni Sessanta e Settanta hanno identificato con Harlan, nella zona è oggi quasi del tutto dimenticato. Questo<br />
perché era il prodotto di una storia che si è cercato di cancellare: quelle canzoni raccontavano le vicende di sindacalisti e attivisti politici che sono stati cacciati via. Quindi si trattava di una Harlan raccontata da esuli, da<br />
persone che non potevano più vivere lì. Oggi le canzoni che celebravano gli scioperi dei minatori sono quasi del tutto dimenticate, ma Harlan resta comunque un territorio dove la musica ha una grande importanza e ci sono ancora persone che cercano di raccontare con le canzoni i fatti che accadono ogni giorno. C’è una parte della country music, che si potrebbe definire “progressista”, che, non solo in questa zona, continua a usare la musica per<br />
far conoscere le lotte e quello che succede. Io ho scoperto Harlan attraverso Pete Seeger che cantava le canzoni degli anni Trenta, questo non accade più, ma c’è ancora chi mette in musica quello che vede e, soprattutto, da queste parti la musica è ovunque: ci sono funzioni nelle chiese della zona dove capisci perfettamente da dove viene il rock’n’roll.</p>
<p>Lei spiega come a Harlan si respiri poca “ricerca della felicità”, indicata invece tra i punti basilari della Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti. A poche centinaia di chilometri da Washington, nel “cuore dell’Impero”, invece che per il sogno americano si lotta davvero solo per la sopravvivenza?<br />
Nel Kentucky non ci troviamo solo a poche centinaia di chilometri da Washington, ma è con il carbone che viene da questa zona che è stata illuminata la capitale federale: la Harlan County ospita una delle principali fonti<br />
energetiche del paese, su cui si è basato lo sviluppo industriale e lo stesso stile di vita degli Usa. Uno stile di vita che si è costruito sulla distruzione di enormi risorse naturali e di altrettante risorse umane, come le vite degli<br />
abitanti di Harlan County. Perciò, non si tratta solo di evidenziare la contraddizione tra la vita che si conduce a Washington e quella della gente di Harlan, si deve capire che nel Kentucky si sta male proprio per far star bene<br />
gli abitanti di Washington e di tante altre parti del paese. Ad Harlan si lotta effettivamente ogni giorno contro la morte perché questa parte della società americana, nel Kentucky come in altre parti del paese, è stata consegnata alla distruzione per mantenere il livello di vita insostenibile che gli Stati Uniti hanno e non sono disposti a mettere in discussione in alcun modo.</p>
<p>“America profonda” ripercorre l’intera storia degli Stati Uniti attraverso la memoria della gente della Harlan County: ma quale paese emerge attraverso questo sguardo?<br />
Un’America dalla storia drammatizzata e radicalizzata, quasi passata per un turbo. Tutte le vicende che hanno interessato gli Stati Uniti sono passate per questo angolo del Kentucky e qui sono state amplificate, tirate all’estremo. La frontiera, l’industrializzazione, la fine dell’età industriale, la ricchezza e la povertà: tutto qui è estremizzato. E’ un po’ come guardare la storia degli Stati Uniti da uno specchio che, distorcendola, ne mette in evidenza le caratteristiche profonde.</p>


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		<title>GIORNATA DELLA MEMORIA &#8211; UN DIBATTITO APERTO</title>
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		<pubDate>Fri, 22 Jan 2010 12:30:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[DIBATTITI]]></category>
		<category><![CDATA[Giornata della memoria]]></category>
		<category><![CDATA[memoria]]></category>
		<category><![CDATA[Shoah]]></category>

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		<description><![CDATA[Di anno in anno, in occasione della Giornata della Memoria, le iniziative pubbliche si moltiplicano, aumentano di numero e coinvolgono un numero sempre maggiore di persone: studenti, insegnanti, testimoni, storici.
In contemporanea alle manifestazioni aumentano anche le discussioni, i dibattiti, i dubbi ralativi a questo Giorno, ai tipi di discorsi che vengono fatti (o non fatti), [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.aisoitalia.it/wp-content/uploads/giornata-della-memoria.jpeg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1284" title="giornata della memoria" src="http://www.aisoitalia.it/wp-content/uploads/giornata-della-memoria-150x150.jpg" alt="giornata della memoria" width="150" height="150" /></a>Di anno in anno, in occasione della Giornata della Memoria, le iniziative pubbliche si moltiplicano, aumentano di numero e coinvolgono un numero sempre maggiore di persone: studenti, insegnanti, testimoni, storici.</p>
<p>In contemporanea alle manifestazioni aumentano anche le discussioni, i dibattiti, i dubbi ralativi a questo Giorno, ai tipi di discorsi che vengono fatti (o non fatti), alle complesse questioni che vengono chiamate in campo nel momento in cui in un &#8220;Giorno della memoria&#8221; si vanno a visitare determinati &#8220;Luoghi della memoria&#8221; ascoltando &#8220;Narrazioni della memoria&#8221;.</p>
<p>Mi è sembrato importante e necessario portare all&#8217;interno del nostro portale una parte di questi dibattiti. Lasciando libertà di parola innanzitutto a tutti coloro che si occupano di memorie non solo per un giorno all&#8217;anno ma quotidianamente, nella propria attività di ricerca o insegnamento. A tutti coloro che studiano questi problemi da un punto di vista teorico ma anche ai numerosi ricercatori che, sul campo, si confrontano-scontrano continuamente con i racconti di vita dei testimoni.</p>
<p>Ma il mio desiderio sarebbe di non tenere il dibattito chiuso tra i membri dell&#8217;Associazione ma aprirlo a tutti coloro che, mossi da passione, dubbi, rabbia o da semplice desiderio di confronto avessero voglia di interagire e ragionare con noi.</p>
<p>Quindi siete tutti invitati a intervenire, a lasciare i vostri commenti, a rispondere ai ragionamenti degli altri o a proporne di nuovi. Anche suggerendo letture, video, link.</p>
<p><em>Alessandro Cattunar</em></p>


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		<title>Storia culturale e storia orale:  un dibattito</title>
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		<pubDate>Sun, 12 Jul 2009 09:52:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[- IN EVIDENZA -]]></category>
		<category><![CDATA[DIBATTITI]]></category>

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		<description><![CDATA[Il 12 marzo 2009 è stato inaugurato il Centro Interuniversitario di Storia Culturale (www.centrostoriaculturale.unipd.it). C’è stato un convegno, a Padova. Ero presente come socio fondatore del CSC  e come uditore del convegno, quindi nella doppia posizione di osservatore e osservato insieme. Ho scritto alcune impressioni e le ho inviate alla redazione del Notiziario, invitando all’iscrizione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il 12 marzo 2009 è stato inaugurato il Centro Interuniversitario di Storia Culturale (<a href="http://www.centrostoriaculturale.unipd.it/" target="_blank">www.centrostoriaculturale.unipd.it</a>). C’è stato un convegno, a Padova. Ero presente come socio fondatore del CSC  e come uditore del convegno, quindi nella doppia posizione di osservatore e osservato insieme. Ho scritto alcune impressioni e le ho inviate alla redazione del Notiziario, invitando all’iscrizione al CSC per <em>dar voce </em>– quale espressione più appropriata? – alla storia orale.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Centro è partito alla grande: molta gente, ospiti importanti, belle relazioni, palpabile interesse tra gli astanti, un bellissimo sito <em>web</em>. La prima considerazione nasce dal confronto con la nostra Aiso. Il fatto di essere incardinato in quattro università (PD, VE, PI, BO) gli consente risorse, opportunità e motivazioni che un’associazione come la nostra non può avere. D’altra parte le dinamiche accademiche erano evidenti. La prima delle quali è forse proprio alla base dell’idea stessa di costituire un centro dedicato alla “storia culturale”, aprendo – e quindi occupando – un campo di studi nuovi, in espansione a livello internazionale, in grado di esercitare un <em>appeal</em> che altre declinazioni della storia sembrano aver perso, nonché capace di sparigliare le vecchie gerarchie e reti di relazione tra gli studiosi e attivarne di nuove.</p>
<p style="text-align: justify;">Sono emerse due linee: la prima tendeva a rintracciare alcune genealogie lunghe della storia culturale, ovvero a riconoscere che essa ha radici nella “storia sociale” degli anni ’60 e ’70 (da E.P. Thompson a R. Darnton), e non solo all’estero ma anche in Italia; la seconda metteva l’accento sulla discontinuità e la novità dell’approccio culturalista e le interrelazioni – più che con la storia – con gli altri “studi culturali” (antropologia, letteratura, <em>visual</em> e <em>media studies</em>). Se da una parte si chiedeva che gli studi sull’immaginario, le narrazioni, i simboli fossero ben ancorati a un contesto spazio-temporale specifico, dall’altra si evidenziava l’attenuarsi dell’idea di confine – in tutti i sensi: geografico, temporale, sociale, politico – che consente/richiede di studiare le connessioni delle mappe mentali che disegnano il mondo, più che i singoli ancoraggi specifici.</p>
<p style="text-align: justify;">Della storia orale non si è parlato. Non solo non è stata tematizzata, ma direi anzi che la si è ignorata, tranne per un cenno fatto all’uso delle fonti orali per storia delle classi subalterne negli anni ’50-’60 (de Martino, Bosio…). L’unica storica orale citata è stata Luisa Passerini (ma esclusivamente per il <em>coté</em> femminista e per gli studi più recenti sull’amore, l’Europa, ecc.). In sede di dibattito finale ho suggerito che qualche altro oralista (come Nuto Revelli, per non dir dei viventi) poteva essere inserito tra i padri e le madri nobili della storia culturale, ma la proposta non ha incontrato molto consenso.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi sono chiesto come mai questa rimozione della s.o., che pure è diffusamente riconosciuta come una delle strade d’accesso alla svolta culturalista ed è anzi essa stessa – come notava Gabriella Gribaudi nel suo <em>report</em> da New York («<strong>Storia orale. Notiziario AISO</strong><strong>»</strong><strong>, n. 2, maggio-giugno 2008) </strong>– una pratica ormai assai poco legata alla storia tradizionalmente intesa.</p>
<p style="text-align: justify;">La prima – forse debole, non so – è la genesi a suo tempo militante della storia orale, specie in Italia: un tratto che non è scomparso del tutto e che significa grosso modo che non si vuole solo interpretare il mondo ma contribuire a trasformarlo, almeno un po’ (al limite estremo, nello spazio del dialogo/intervista). Mi sembra invece che questo orizzonte non sia contemplato dalla storia culturale così come è stata presentata a Padova, e che anzi si vogliano marcare le distanze.</p>
<p style="text-align: justify;">La seconda risposta rimanda al fatto che la storia orale non può prescindere da un contesto: le narrazioni non fluttuano nell’aere indefinito, ma sono il frutto di un incontro con una persona specifica, in carne e ossa (anzi, tra due persone), ognuna portatrice di una propria biografia e collocata in una serie di rapporti sociali dai quali non si può prescindere nel lavoro interpretativo.</p>
<p style="text-align: justify;">Dallo scambio di idee con varie persone – alcune presenti al convegno, altre interpellate solo via posta elettronica – sono venute altre considerazioni, che estrapolo e riporto qui sotto mantenendone intatto il carattere “semiorale” tipico delle <em>e-mail</em>. In coda, una replica di Carlotta Sorba, membro del direttivo del CSC. (<em>Alessandro Casellato</em>)</p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Gilda Zazzara</em>: Ho trovato comunque poca riflessione sulla soggettività degli storici stessi, sul senso di quello che fanno e, in relazione a ciò, sul perché chiamano le discipline in un modo o in un altro. Era tutto molto interno, genealogico. In generale ho percepito, nei discorsi e nel modo di farli, un’idea dello storico come interprete al di sopra della mischia e allo stesso tempo abbastanza onnipotente nello scegliere le proprie fonti. Un po’ genio creatore… Io <em>300 </em>[il film sulla battaglia delle Termopili citato da Alberto Banti nella sua relazione] non l’ho visto, e mi affascina l’analogia con la pedagogia risorgimentale, però mi interessa anche sapere perché tot persone vanno a vederlo, chi sono, come (e se) lo traducono nei conflitti presenti con lo straniero, se forse vedere quel film conferma modi di pensare che danno luogo a gesti e scelte (votare, stare con la propria moglie, andare in chiesa, pagare le tasse, viaggiare) e quindi magari vado a intervistarli e leggo i blog dove si esprimono direttamente. Si può studiare la cosa in termini di mappe mentali, ma anche l’altra è storia culturale.<em> </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Gabriella Gribaudi</em>: La storia culturale è largamente dominata dallo studio delle “narrative” nazionali e dalle memorie pubbliche. Spesso se ne fa la decostruzione a partire da altre macro narrative, oppure si ipotizzano valori e codici culturali popolari senza studiarli cioè senza affrontare lo studio di fonti che diano la possibilità di accedere a questi livelli. Poi c’è l’eterno disprezzo della scuola italiana per la storia orale e l’ignoranza delle metodologie utilizzate dagli scienziati sociali per studiare gli individui e i gruppi sociali.<em> </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Gloria Nemec</em>: Come ben sapete c’è una forte gerarchizzazione nelle storie, quella culturale forse ambisce alle buone posizioni e non vuole  troppi legami con pratiche di base. Il paradosso è che mentre dilaga una domanda  collettiva di  memoria/identità, la storia orale rimane in posizione di nicchia, sebbene anche sulle grandi narrazioni nazionali abbia qualcosa da dire. Mi preoccupa ancor più l’allentamento del legame con la storia sociale, particolarmente vistoso da quando classi subalterne e altre sono diventate brutte parole. Mi spiace  non esser stata al convegno, credo che molti apporti – anche di vivace discussione – possano venire da quel fronte, troviamo un momento per parlarne.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Andrea Brazzoduro</em>: Il dibattito sui <em>cultural studies</em> mi pare una copia di quello già visto in Francia contro i <em>postcolonial studies</em>. Si tratta in fin dei conti di schermaglie accademiche per preservare feudi, domini di caccia e recinzioni. Poi ci sono anche delle questioni più di fondo, ma non so se a Padova sono venute fuori: per esempio a proposito dei “<em>postcolonial</em>” (che come i “<em>cultural</em>” sono una galassia talmente variegata che già il fatto di parlarne come una sola cosa rivela un intento polemico) Jean-François Bayart non ha esitato a dire: “Du point de vue des sciences sociales, les études postcoloniales sont à la fois utiles, superflues, assez pauvrement heuristiques et politiquement dangereuses” (<em>La novlangue de l’archipel universitaire</em>, in <em>La situation postcoloniale. </em><em>Les </em>postcolonial sutides<em> dans le debat français</em>, a cura di Marie-Claude Smouts, FNSP, Paris 2007, p. 269). Sorprendentemente, anche Giovanni Levi – nello stesso convegno, organizzato a SciencePo a Parigi – si è unito ai detrattori dei “<em>postcolonial</em>”, a partire da una lettura molto classica di <em>Can the subaltern speak?</em> e del baubau “decostruzionista”: il testo di Spivak sarebbe insomma un peana all’irrazionalismo compiaciuto dell’impossibilità dei e delle subalterne di parlare e ancor più di capirle. Ma soprattutto per Levi la critica postcoloniale è inutile perché non ci aiuta a capire Berlusconi, che (<em>ça va sans dire</em>) è il problema costitutivo del presente globale. “Or la question fondamentale – et, je pense, un problème européen intéressant – c’est de comprendre pourquoi les italiens on produit Berlusconi. Ce problème fondamentale ne peut pas être étudié si on utilises les postcolonial studies” (p. 287).</p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<p style="text-align: justify;">Intanto grazie dell’attenzione rivolta al nostro nuovo Centro e della ospitalità accordata a questa mia  “risposta” nel Notiziario dell’AISO.</p>
<p style="text-align: justify;">Proprio perché in realtà un dialogo mi/ci interessa particolarmente,  nonostante l’effettiva assenza di riferimenti specifici alla storia orale durante la giornata citata, vorrei precisare in modo davvero  informale alcuni elementi che forse possono dare una immagine più realistica di cosa siamo o vorremmo essere.<br />
Abbiamo inaugurato il mese scorso il nostro CSC con grande entusiasmo, dopo un lungo iter burocratico di attivazione, ma anche con pochi soldi, ben poco “potere” accademico e molto timore di fronte ad una cosa nuova e ancora aperta a molti possibili, come si è  visto credo nella giornata di apertura.<br />
Non si trattava di occupare posti e spazi (scientifici o accademici che fossero) ma di attivare , attraverso un percorso e una realtà istituzionale come è un centro interuniversitario, un meccanismo virtuoso che innescasse finalmente anche in Italia una discussione intorno alla storia culturale e una valorizzazione di questo terreno di ricerca che è effettivamente da noi in notevole ritardo.</p>
<p style="text-align: justify;">Quali dunque i primi  obiettivi? La creazione di uno spazio che ci permettesse di uscire dalle pastoie e dalle secche delle questioni terminologiche e delle etichette: in tutto il mondo questo impasto di non facile definizione  viene chiamato storia culturale, sono nate associazioni nazionali e internazionali ad essa dedicate, dove si discute sia sulle opportunità che sui limiti e sui rischi di un approccio culturalista, e in Italia ancora si fatica a riconoscere che esiste qualcosa che può chiamarsi storia culturale.</p>
<p style="text-align: justify;">Si trattava anche, cosa che abbiamo cercato di fare nei limiti di un’occasione inaugural-celebrativa, di recuperare una sorta di genealogia italiana, che ne mostrasse, come ha ben evidenziato Alessandro, le sue anime diverse. Che ovviamente rimarranno tali,  perché si tratta comunque di uno spazio aperto, del tutto privo di ortodossie, certo non militante ma nemmeno apolitico. Piuttosto impegnato a mostrare, se mai ce ne fosse bisogno,  che per capire l’Italia di Berlusconi, come ha sostenuto lo stesso Banti nella sua relazione, la storia economica e quella sociale molto difficilmente possono bastare…</p>
<p style="text-align: justify;">C’è quindi voglia di discutere, sia nel merito che nella metodologia (il nostro prossimo seminario avrà come ospite Patrick Joyce che ci verrà a parlare di <em>Putting the social back into social and cultural history</em> ), uscendo però da quel gioco di accuse alla cieca sulle “derive” culturaliste che spesso poco consapevolmente sono rivolte a qualsiasi approccio che abbia anche solo il sentore di mappe mentali, immaginari, narrative o simbologie…<br />
Per concludere, vi dirò che certo ha ragione Alessandro lamentando l’assenza della storia orale da questa giornata fondativa, anche se come spesso accade il gioco delle assenze può allargarsi a dismisura.<br />
Una delle ragioni più dirette anche se poco elevate consiste nel fatto che molti di noi sono di fatto ottocentisti e quindi purtroppo lontani dalle sue metodologie specifiche. E vi assicuro che non dico purtroppo per caso, perché sono convinta che sia invece oggi uno dei terreni più interessanti e più fruttuosi che si aprono anche per chi privilegi un approccio di storia culturale (e non fluttui nell’aere).</p>
<p style="text-align: justify;">Ben vengano allora le discussioni su storia culturale e storia orale, anzi sarebbe interessante organizzare un incontro su questo. Ci incroceremo comunque presto perché il seminario di Joyce di cui vi dicevo sarà a Padova il pomeriggio del 14 maggio, in contemporanea al vostro convegno, e questo ci permetterà spero qualche scambio. Molto cordialmente.</p>
<p style="text-align: justify;">(<em>Carlotta Sorba</em>)</p>


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